«Zero spese, zero anticipi» è una delle frasi più usate quando si propone assistenza legale dopo un danno. È un'informazione vera, quando è scritta bene, ma descrive un accordo con regole precise: non significa che il compenso non ci sia, significa che il suo momento e la sua misura sono diversi da quelli a cui si pensa di solito.
Che cos'è il patto di quota lite
In Italia il compenso dell'avvocato legato a una percentuale sul risultato ottenuto si chiama patto di quota lite, ed è lecito dal 2006, quando il cosiddetto decreto Bersani ha modificato l'articolo 2233 del codice civile, eliminando il vecchio divieto. Oggi l'avvocato può concordare con il cliente un compenso commisurato al risultato, in tutto o in parte, purché il patto sia in forma scritta, a pena di nullità.
Questo è il meccanismo dietro «zero anticipi»: il compenso, invece di essere richiesto durante la causa, viene calcolato sulla somma effettivamente recuperata, e versato quando arriva. Se non arriva nulla, di regola non è dovuto compenso su base percentuale — ma è il patto scritto a stabilirlo, non un'aspettativa generica, ed è quel documento che va letto prima di firmare, non la frase pubblicitaria.
«Zero spese» non vuol dire zero costi in assoluto
Qui si annida l'equivoco più comune. Una causa, o anche solo una trattativa con una compagnia, comporta voci che non sono l'onorario dell'avvocato: il contributo unificato se si arriva in giudizio, le spese per una consulenza medico-legale, quelle per un accertamento tecnico preventivo se serve prima della causa. «Zero anticipi» riguarda normalmente l'onorario professionale, non automaticamente queste voci accessorie: se il patto le include, deve dirlo espressamente; se non lo dice, restano da chiarire prima di iniziare, non a pratica conclusa.
Va tenuto distinto anche il patrocinio a spese dello Stato, il vero e proprio gratuito patrocinio per chi ha un reddito sotto la soglia di legge: è un istituto diverso, regolato dal testo unico sulle spese di giustizia, e non ha nulla a che fare con un accordo commerciale a percentuale tra cliente e avvocato.
Cosa deve contenere un patto corretto
Perché il patto sia chiaro, e perché protegga entrambe le parti, dovrebbe indicare almeno: la percentuale concordata, la base di calcolo — sull'intero importo recuperato o al netto di altre spese —, cosa succede se la causa si perde o si estingue, ed eventuali soglie diverse a seconda che la pratica si chiuda in trattativa o dopo una sentenza. Un patto che si limita a dire «nessun costo se non vinci», senza altro, lascia aperte proprio le domande che contano.
La misura della percentuale non è libera senza limiti: il compenso deve restare proporzionato all'attività svolta e al risultato, secondo i principi generali di correttezza professionale che valgono per ogni incarico forense, a prescindere dalla forma del compenso.
Quando il compenso diventa davvero esigibile
Un punto che il patto scritto dovrebbe chiarire, e che spesso resta implicito, è il momento esatto in cui la percentuale diventa dovuta. Non è sempre lo stesso momento: si può pattuire che il compenso maturi alla firma dell'accordo transattivo con la compagnia, oppure solo all'effettivo incasso della somma da parte del cliente, che in pratica può avvenire anche settimane dopo. Nei casi che arrivano a sentenza, poi, la sentenza di primo grado non chiude sempre la partita: se la controparte propone appello, l'importo riconosciuto non è ancora definitivo, e un patto ben scritto dovrebbe dire cosa succede al compenso in quella fase intermedia.
Vale la stessa attenzione per i casi che si protraggono negli anni, frequenti quando il danno alla persona non si stabilizza subito: un patto che lega tutto a un unico incasso finale va letto pensando a cosa succede se, nel frattempo, cambia lo studio legale o il cliente decide di proseguire altrove. Sono domande scomode da fare al primo colloquio, ma è proprio lì che vanno fatte, non quando la somma è già arrivata.
Perché conviene chiederlo per iscritto comunque
L'articolo 13 della legge 247/2012, sull'ordinamento della professione forense, impone che il compenso sia reso noto al cliente in forma scritta fin dal conferimento dell'incarico, indipendentemente dal fatto che sia a percentuale, a tempo o a forfait. Chi propone «zero spese, zero anticipi» come regola dovrebbe quindi comunque consegnare un documento scritto che lo descrive: se manca, è la prima cosa da chiedere, non un dettaglio secondario.
Se la causa si perde: le spese dell'altra parte
C'è una voce che uno slogan sul compenso non copre mai, perché non dipende dall'accordo con il proprio avvocato: le spese di lite. In Italia vige di regola il principio della soccombenza, previsto dall'articolo 91 del codice di procedura civile: chi perde la causa può essere condannato a rimborsare le spese legali sostenute dall'altra parte, oltre alle proprie. È un rischio che esiste a prescindere da come si è pattuito il compenso del proprio avvocato, e nessun accordo «zero spese» con il proprio difensore può eliminarlo, perché riguarda un rapporto diverso: quello con la controparte, deciso dal giudice.
Chi valuta una proposta a percentuale dovrebbe quindi chiedere, in aggiunta a tutto il resto, come si comporta lo studio se la causa viene intrapresa e si perde: se esiste una tutela per queste eventuali spese di condanna, o se restano comunque a carico del cliente. È una domanda che raramente viene posta prima di firmare, e che invece incide più di ogni altra sul rischio reale della scelta.
Quando conviene, quando va verificato con più attenzione
Un compenso a percentuale, legato al risultato, ha un senso preciso quando la responsabilità è da accertare e l'esito non è scontato: allinea l'interesse di chi assiste a quello di chi ha subito il danno. È una condizione diversa quando la responsabilità è già chiara e resta solo da quantificare il danno: qui la trattativa può essere più breve, e vale la pena chiedere se la percentuale tiene conto di questo, o è la stessa in ogni caso.
Su come si documenta una richiesta e cosa serve fin dal primo incontro, vedi la guida su come avviare una richiesta risarcitoria.
Ogni pratica ha caratteristiche proprie — la chiarezza della responsabilità, la complessità del danno, i tempi prevedibili — e la forma del compenso va valutata insieme al resto, non isolata da uno slogan: puoi chiedere una valutazione gratuita del tuo caso senza impegno.